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05-05-2011

9a Giornata dell'Economia - Relazione sullo stato dell?economia della provincia di Perugia - Giorgio Mencaroni

 

Relazione sullo stato dell’economia della provincia di Perugia
di Giorgio Mencaroni, Presidente della Camera di Commercio di Perugia

 

QUADRO ECONOMICO NAZIONALE E MONDIALE
Secondo molti osservatori economici la crisi tuttora in corso, per le sue origini e gli effetti prodotti, rappresenterebbe un elemento di discontinuità nel funzionamento delle nostre economie. Ed è difficile prevedere quanto tempo sarà necessario per raggiungere un nuovo equilibrio.
Il fatto è che, diversamente dal passato, sarà necessario costruire una nuova governance dell’economia globale.
I progressi costanti dell'ultimo decennio in termini di crescita economica e creazione di posti di lavoro sono stati del tutto annullati, con costi sociali elevatissimi.
Tuttavia nel corso del 2010 l’economia mondiale ha ripreso a crescere in modo sostenuto (+5%). Gli scambi commerciali infatti sono tornati su livelli pre-crisi, stimolati dalla marcata espansione delle economie asiatiche emergenti. Le economie avanzate invece hanno registrato una crescita al di sotto del 3%, con andamenti diversi tra i vari Paesi: Germania, Stati Uniti e Giappone hanno raggiunto tassi di crescita compresi tra il 3% ed il 4%, mentre Spagna, Italia e Francia non hanno superato l’1,5%.
Nel nostro Paese la crisi si è innestata su un’economia che già procedeva con difficoltà, scontando una bassa dinamica della produttività, con un sistema industriale in profonda ristrutturazione e un elevato debito pubblico che ha ristretto i margini di manovra delle politiche di bilancio.
Eppure nel corso del 2010 il ciclo dell’economia italiana, coerentemente con quello mondiale, ha confermato quel risollevamento produttivo conosciuto già a partire dall’ultimo scorcio del 2009, tornando a crescere sopra l’1% (+1,3% per l’esattezza).


Una crescita sospinta soprattutto dalla ripresa del commercio internazionale, ma anche da una migliore performance produttiva dell’industria in senso stretto, che nel 2010 è riuscita a segnare un aumento del valore aggiunto di quasi il 5%, recuperando circa un terzo della perdita subita nel 2009.
Il contributo più consistente alla crescita del prodotto nazionale è stato fornito dagli investimenti fissi lordi, che sono aumentati del 2,5%. Questa dinamica positiva ha senza dubbio tratto vantaggio da un miglioramento del clima di fiducia delle imprese industriali, clima di fiducia che nel primo trimestre di quest’anno è tornato su livelli prossimi a quelli pre-crisi.
Per contro, il mercato del lavoro non ha dato particolari segnali di miglioramento. Dopo la marcata contrazione del 2009 (-1,6%), anche nel 2010 il numero degli occupati è calato (-0,7%), per effetto di una consistente diminuzione nel settore industriale, minimamente controbilanciata dalle modeste lievitazioni registrate nell’agricoltura di circa 16 mila unità (+1,9%) e nei servizi di circa 35 mila unità (+0,2%). La difficile situazione dell’occupazione nell’industria trova spiegazione principalmente nella caratteristica del lavoro di essere un indicatore posticipatore rispetto alla dinamica strettamente produttiva.


Il tasso di occupazione è sceso nel 2010 di circa mezzo punto percentuale, assestandosi al 56,9%, e spingendo il tasso di disoccupazione all’8,4% (7,8% nel 2009), pari a 2 milioni 102 mila persone in cerca di occupazione.
I consumi delle famiglie (+1,0%) sono ritornati sui ritmi di crescita del periodo precedente la crisi, mostrando comunque una strutturale debolezza, testimoniata da tassi di incremento medi annui nel periodo 2005-2008 non superiori all’1,2%.
Una debolezza imputabile a due fattori. Da un lato, il difficile quadro occupazionale, dall’altro, la dinamica dei prezzi, che ha causato una contrazione del reddito in termini reali – ossia in potere d’acquisto - con chiari riflessi sulle decisioni di spesa delle famiglie. Considerando le incertezze del contesto geopolitico globale, secondo le più recenti previsioni, l’economia italiana nel 2011 continuerà a crescere (+1,1%), seppur in lieve rallentamento rispetto al 2010. A questo risultato contribuiranno sia la domanda estera, con un aumento delle esportazioni di beni e servizi di quasi il 5%, sia quella interna, per la quale si conferma un ritmo più intenso, sebbene in decelerazione, per gli investimenti fissi lordi (+1,8%,) rispetto ai consumi privati (+1,1%). Sui consumi sembrano continuare a influire, da una parte, le condizioni ancora critiche del mercato del lavoro con una dinamica occupazionale stagnante (+0,3%) e, dall’altra, l’accelerazione dei prezzi al consumo (+2,2% nel 2011 rispetto al +0,8 e +1,6 % del 2009 e 2010).

Lo stato dell’economia provinciale

Anche per la nostra provincia l’anno appena trascorso ha segnato una inversione di tendenza rispetto alle criticità emerse durante il biennio 2008-2009.
Le imprese locali non hanno perso la loro vitalità, dimostrata dalla crescita di nuove imprese e dalla tenuta di quelle che ci sono già.
Le dinamiche di ripresa, come vedremo più dettagliatamente in seguito, sembrano interessare, contestualmente, il tessuto imprenditoriale, i flussi di import-export e il manifatturiero.
Permangono, tuttavia, alcune zone d’ombra.
Infatti non sono ancora del tutto superate le difficoltà generate dalla crisi per quanto riguarda l’artigianato, le piccole imprese e il mercato del lavoro.
La ripresa del sistema, comunque, passa necessariamente per le imprese. Queste chiedono politiche adeguate e non vanno deluse, se non vogliamo restare in mezzo al guado, tra una crisi che ristagna e le economie che sono già nel futuro.

LA STRUTTURA IMPRENDITORIALE
Il nostro sistema d’impresa è tuttora sano e fonda su un desiderio di intraprendere e una determinazione che la crisi non è riuscita a sfibrare.
Il tessuto imprenditoriale della provincia di Perugia nel 2010 ha registrato buoni risultati. Sono 74.026 le imprese presenti nel Registro della Camera di Commercio di Perugia al 31 dicembre 2010. La variazione percentuale rispetto all’anno 2009 risulta pari a +1%, la crescita annua più elevata registrata nell’ultimo quinquennio, superiore alla media nazionale, pari a +0,4%.
Alla fine dell’anno, il bilancio tra le aziende nate e quelle che hanno cessato l’attività ha fatto registrare un aumento di 716 unità: è il migliore saldo dal 2006, e segna un marcato punto di svolta rispetto all’ultimo quinquennio, durante il quale i saldi si erano andati progressivamente riducendo di entità.
Questo risultato è determinato dalla ripresa delle nuove iscrizioni, (miglior risultato dal 2008) e al contemporaneo rallentamento del flusso delle cessazioni (il valore più contenuto degli ultimi sei anni). In termini percentuali nel 2010 le iscrizioni sono cresciute del 5,7% e le cessazioni si sono ridotte del 10,9%.
Da sottolineare la forte crescita delle società di capitali che, con un saldo di +533 unità, hanno inciso per quasi i tre quarti (74%) sul saldo complessivo e la tenuta delle ditte individuali che, dopo un triennio di progressiva riduzione dello stock, nel 2010 sono tornate a crescere lievemente. Le ditte individuali continuano ad essere la forma giuridica più diffusa in provincia: con 40.739 unità nel 2010, rappresentano il 55% delle imprese provinciali.


Ancora difficoltà per il comparto artigiano che ha chiuso l’anno 2010 con un saldo negativo (-160 aziende), seppure in miglioramento rispetto al 2009. Nel corso del 2010 le iscrizioni sono cresciute del 4% rispetto all’anno precedente, mentre le cessazioni sono in flessione del 9%. Infine è in aumento la componente extracomunitaria dell’imprenditoria perugina. Gli imprenditori nati in paesi extra UE nel 2010 hanno superato la soglia dei 5 mila, segnando una variazione percentuale di +5,8%, in accelerazione rispetto al +4,1% registrato nell’anno precedente.

L’OCCUPAZIONE – una priorità per l’Umbria
Quest’anno la caduta dell’occupazione in termini assoluti si è arrestata: gli occupati alla fine del 2010 erano 276.000, invariati quindi rispetto all’anno precedente. Analizzando però il dato nelle sue diverse componenti, emerge che le circa 2000 unità di lavoratori perse fra gli “occupati dipendenti” sono state compensate da un aumento di pari entità degli “occupati indipendenti”. E’ ragionevole presumere che questa dinamica non sia del tutto sintomatica di una maggiore vitalità delle attività autonome quanto, almeno in parte, di una precarizzazione del mercato del lavoro.
In aggiunta a questo, il tasso di occupazione si è ulteriormente ridotto, passando dal 64% del 2009 al 63,6% del 2010, e il tasso di disoccupazione provinciale è arrivato al 6,9%, in crescita rispetto al 2009, che è anche il valore più alto registrato dal 2004. Il dato, tuttavia, risulta inferiore a quello del Centro, pari a 7,6% e soprattutto a quello nazionale, che sale al 8,4% (era 7,8 nel 2009).


A fronte di questa situazione esiste anche una impressionante quota di forza lavoro che resta inattiva, fuori da percorsi formativi e che non riesce a trovare occupazione: sono i cosiddetti “neet”, giovani con un’età compresa fra i 15 e i 29 anni, che non sono iscritti a scuola o all’università, non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale e non lavorano.
I dati diffusi nelle scorse settimane li quantificano, in Italia, in circa due milioni, il 21,2% della popolazione giovanile; in Umbria la loro quota è del 15,4%, che nella popolazione femminile di riferimento arriva addirittura al 19,2%.
Un dato allarmante che deve far riflettere e spingerci a rafforzare gli strumenti per favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro, favorendo ad esempio l’apprendistato, orientando meglio i percorsi formativi dentro e fuori le aziende, per ridurre il cosiddetto mismatching fra domanda e offerta di lavoro, e promuovendo i percorsi di alternanza scuola-lavoro.

INTERNAZIONALIZZAZIONE - trainanti il settore metalmeccanico ed elettronico, la moda e l’agroalimentare.
Nel 2010 l’attività di esportazione in provincia di Perugia è cresciuta in termini tendenziali: +13% la variazione percentuale rispetto all’anno precedente, in forte controtendenza rispetto al –20% dello scorso anno, anche inferiore a quella nazionale (+16%). Resta però bassa la propensione all’export, che rappresenta il 12,5% del valore aggiunto. Un valore in crescita rispetto all’11,3% del 2009, ma comunque inferiore a quello del Centro (17,4%) e, soprattutto, alla media nazionale (24,3%).La componente principale delle esportazioni ha interessato il settore metalmeccanico ed elettronico (44%). Molto positive e decisamente superiori rispetto alla quota nazionale le esportazioni provinciali del sistema moda (19%) e del settore agroalimentare (15%). Sui processi di internazionalizzazione è bene intervenire con una strategia e programmi di intervento comuni, perseguendo una convergenza di tutti i soggetti istituzionali che operano in questo campo. Infatti per un sistema come il nostro, di piccole e medie imprese diffuse sul territorio, l’internazionalizzazione è la strada maestra per crescere e consolidarsi sul mercato.

LA CRESCITA PROVINCIALE- il contributo più consistente viene dal settore dei servizi

I dati relativi al PIL 2010 presentano per la provincia di Perugia un valore pro-capite pari a 24.360 euro, ancora inferiore al dato nazionale (25.615 euro) e a quello del Centro (28.610 euro). Tuttavia nell’ultimo anno la provincia ha registrato una crescita del prodotto interno lordo pro-capite, in termini correnti, pari a +2,8%, superiore al livello nazionale, dove la variazione del 2010 si è fermata a +1,8% e a quella delle regioni del Centro (+1,9%).
Dall’analisi settoriale sul valore aggiunto (di cui sono disponibili i dati relativi all’anno 2009) emerge che il settore dei servizi rappresenta la quota prevalente del valore aggiunto provinciale (a prezzi correnti), pari al 70,6%, ancora inferiore al 73% dell’Italia e al 78% del Centro.
L’industria locale, in termini di valore aggiunto, ha un peso del 27,4%, superiore al 25% nazionale e al 21% del Centro. Infine l’agricoltura, con il 2% del valore aggiunto provinciale, è sostanzialmente in linea con la quota nazionale.
Va detto che negli ultimi anni il grado di complessità raggiunto dalle nostre organizzazioni sociali ed economiche ha messo in discussione la capacità degli indicatori maggiormente utilizzati, quale il Prodotto Interno Lordo, di fornire una misura complessiva del progresso e del benessere di una società. Pertanto guardiamo con particolare attenzione ai lavori del Comitato di indirizzo Cnel/Istat, insediatosi nei giorni scorsi, il cui compito sarà di individuare i criteri di selezione degli indicatori che possano fornire una nuova misura del benessere nazionale, che serva a indirizzare le politiche economiche, sociali e ambientali.
 

 

 

Alcuni punti cardine per la ripresa

GREEN ECONOMY - per uno sviluppo sostenibile e di qualità

E’ ormai sotto gli occhi di tutti che, se vogliamo mantenere la qualità della vita per i nostri figli e le generazioni future, bisogna riuscire a coniugare lo sviluppo economico, e sociale, con la cosiddetta “sostenibilità”. Mi riferisco alla progettazione e costruzione di una società che faccia della “qualità” della vita il suo centro, in cui le attività umane stiano nei limiti di conservazione dell’ambiente globale, del contesto fisico e naturale.
Credo sia questo il vero obiettivo della green economy oggi. Il suo valore aggiunto sta nel suo potenziale di generare anche nuova occupazione.
Sul fronte delle fonti energetiche, ad esempio, oggi si stima che le rinnovabili diano lavoro a un milione e mezzo di europei. E la Commissione prevede che se ne aggiungeranno altri 3 milioni entro il 2020, per implicito effetto della direttiva sulle rinnovabili.
L’Umbria può essere una regione leader, per cultura prima di tutto, ma anche in tecnologia, in questo campo. Ed è per questo motivo che ci stiamo impegnando in un “progetto leader”: la progettazione o la ristrutturazione di un quartiere o di un intero borgo con caratteristiche fortemente sostenibili, anche di recupero energetico. Un borgo “carbon free”, all’avanguardia nel contesto nazionale.
L’obiettivo principale dell’intervento è dimostrare come la qualità della vita dipende direttamente da una corretta progettazione dell’impianto urbanistico oltre che, chiaramente, edilizio.


VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO – serve una nuova concezione dell’identità e del futuro dell’Umbria

Anche l’estetica, la bellezza, è intimamente connessa alla qualità della vita, e la nostra regione finora ha saputo proteggere e salvaguardare il proprio patrimonio storico, artistico, architettonico e ambientale più e meglio di quanto non abbiano fatto altre regioni italiane.
E’ tempo di dare un orientamento coraggioso e una prospettiva futura alla tutela del passato e, per farlo, è necessario pensare il futuro in forme nuove.
A partire da un nuovo approccio al “territorio” e dalla consapevolezza del suo legame indissolubile con i prodotti di eccellenza che ne sono il frutto, direi quasi la rappresentazione materiale, quotidiana, viva, attraverso i quali passano la cultura, le tradizioni e l’identità di questa splendida terra.
Sono condizione decisiva di questo scenario: un sistema di imprese che si organizzano per fare rete, la qualità nella sua accezione più ampia, l’innovazione continua.

RETI D’IMPRESA
– superare gli individualismi per collaborare e consolidare il sistema d’impresa. Siamo di fronte ad una stagione nuova del fare impresa, che richiede necessariamente un salto “culturale” da parte degli imprenditori, in primo luogo da parte di quelli che grazie alle loro capacità hanno saputo costruire e occupare uno spazio di mercato con successo.Al sistema delle imprese chiediamo di superare gli individualismi in un’ottica di “collaborazione”, perché tante piccole imprese da sole non ce la possono fare a intraprendere percorsi di consolidamento e di crescita competitiva. La nostra Camera, insieme alle associazioni di categoria, intende sostenere i processi di aggregazione fra imprese impegnandosi su più fronti, l’assistenza per la stesura dei contratti di rete, la realizzazione di studi di prefattibilità, la predisposizione di una manualistica per la costituzione delle reti. Secondo l’ultimo monitoraggio di Unioncamere nazionale, finora sono 50 i Contratti di rete stipulati fino a metà aprile 2011, che coinvolgono per l’esattezza 283 imprese manifatturiere e di servizi, in 56 province e 16 regioni, non solo nel settore manifatturiero ma anche in quello dei servizi.Secondo alcune indagini conoscitive, le imprese sono orientate a lavorare in rete per poter acquisire più facilmente nuove competenze, oltre che per poter accrescere la competitività e le dimensioni, e per facilitare l’adozione di innovazioni. Il tema dell’acquisizione di maggiori competenze è a nostro avviso cruciale, perché è particolarmente sentito laddove è più complessa la sfida per le imprese di piccole dimensioni.

INFRASTRUTTURE – una maggiore efficienza è indispensabile per recuperare competitività

Nel presentare il I° Rapporto sullo stato delle infrastrutture in Italia, a cura di Uniontrasporti, sono emerse da parte di Unioncamere numerose considerazioni, fra le quali vorrei citarne una, che mi sembra incisiva: “Quarant’anni fa, l’Italia aveva una dotazione complessiva di quasi 4mila km di autostrade, seconda solo alla Germania che ne aveva più di 6mila. Oggi il nostro Paese ha 6.600 km di autostrade, mentre la Germania ne ha quasi 13mila. In nove anni, pur rallentando molto gli investimenti, quest’ultima nazione ha costruito circa mille km di autostrade mentre noi solo 151”. Per inciso, l’Umbria conta solo 59 km di autostrade su poco più di 6 mila km di rete complessiva. E’ giunto davvero il momento di cambiare rotta. La Camera di Commercio si è sempre impegnata, sin dalle sue origini 175 anni fa, nel processo di infrastrutturazione regionale, e intende continuare a fare la sua parte in questo percorso verso una efficienza della rete dei collegamenti che è condizione indispensabile, anche se non sufficiente, per recuperare competitività. Si impone un approccio che prima di tutto valorizzi e migliori quello che è stato già fatto, e che superi i localismi, guardando ad accordi interregionali, di sistema. Su questo fronte stanno proseguendo i nostri lavori con le società di gestione degli aeroporti di Forlì-Cesena, Rimini, Ancona e Pescara per incrementare la funzionalità degli scali e di conseguenza il flusso di passeggeri in arrivo e in partenza.Gli obiettivi comuni sono quelli di: razionalizzare le tratte per facilitare il collegamento con destinazioni comuni; realizzare pacchetti turistici integrati; attivare centrali di acquisto di beni e servizi per conseguire migliori condizioni economico-contrattuali. Altrettanto strategico per il territorio, il collegamento con l’alta velocità sull’Asse Roma-Firenze, per il quale stiamo lavorando da un anno in sinergia con la Regione e la Camera di commercio di Arezzo. Come ha meritoriamente ricordato il presidente Napolitano nel suo intervento in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, il mondo dell’impresa e del lavoro hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti in ogni fase di costruzione, ricostruzione e crescita dell’economia nazionale. E’ dal lavoro e dall’impresa che anche oggi dobbiamo ripartire.
 

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