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30-05-2012

L'Industria culturale, leva del turismo in Umbria

 

L’Italia ha il più grande patrimonio culturale del mondo ma non sa valorizzarlo: inglesi, francesi e tedeschi fanno molto meglio degli italiani e dalla “Industria Culturale” traggono una quota del PIL che supera la nostra anche del doppio. In Umbria, il complesso di attività riconducibili all'’Industria Culturale forniscono un apporto importante all’economia regionale, ma una policy più dinamica e incisiva potrebbe dare risultati ancora migliori.
 

Per iniziativa della Rivista della Camera di Commercio di Perugia “Obiettivo Impresa” si è svolto il 29 maggio scorso, presso il Centro Servizi Camerali “G.Alessi” di Perugia, il secondo Forum 2012 sul tema “L’industria culturale, leva del turismo in Umbria”.


Moderati dal giornalista Federico Fioravanti, sono intervenuti Bruno Bracalente, presidente della Fondazione Perugiassisi 2019, Fabrizio Bracco, Assessore alla Cultura e Turismo della Regione Umbria, Luigi Cremona, Giornalista Enogastronomico, Giorgio Mencaroni, Presidente Camera di Commercio di Perugia, Josep Ejarque, Professionista in Destination Management e Marketing, Francesco Scoppola, Direttore Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria.
Un contributo al dibattito è venuto inoltre dalla Prof.sa Stefania Giannini, rettore dell’Università per stranieri di Perugia e da Eugenio Guarducci, patron di Eurochocolate.

 

L’Italia, come tutti sanno, ha il più grande patrimonio culturale del mondo, ma, come è altrettanto noto, non riesce a valorizzarlo. In Gran Bretagna il ritorno commerciale della cultura è più del doppio dell’Italia, visto che la cultura genera direttamente un Pil di 78 miliardi di euro, il 3,8% del totale, e da lavoro a 850 mila persone. In Italia queste cifre devono essere ridotte della metà: 36 i miliardi prodotti dalla cultura – dunque meno della metà – e 470 mila gli occupati. Ancor più impietoso il confronto con la Francia (81 miliardi di PIL Cultura con una incidenza del 3,4%) e con la Germania che ricava dalla cultura 70 miliardi con addirittura 1 milione di occupati.

Per fortuna, le cose vanno un po’ meglio se si prendono in considerazione i volumi prodotti dall’Industria della Cultura nel suo complesso, con un valore che sale a 68 miliardi di euro (4,9% del PIL) e quasi 1 milione e mezzo di persone occupate (il 5% del totale).
Dati da cui si ricava una certezza: l’Industria della Cultura può dare un contributo notevole all’economia italiana e umbra e risultare un fattore trainante, in particolare per le attività collegate al settore Turismo.

 

Bruno Bracalente, presidente Fondazione Perugiassisi 2019

L’impatto prodotto dagli eventi sui movimenti turistici in Umbria.
“Una nostra ricerca ha riguardato la valutazione di impatto economico di un insieme di eventi realizzati a Perugia nel 2008: la mostra del Pinturicchio, l’edizione estiva di Umbria Jazz e la mostra della Fondazione della Cassa di Risparmio di Perugia “Da Corot a Picasso, da Fattori a De Pisis”. L’analisi aveva per oggetto il ritorno economico di queste attività, anche mettendole a confronto con gli investimenti o contributi alla realizzazione di questi eventi, da parte delle Istituzioni pubbliche e private. Il risultato è stato che le tre manifestazioni avevano prodotto in un anno circa 11 milioni di reddito, che è quello che, sempre in un anno, produce una impresa di 400 – 500 dipendenti. Questa è la dimensione economica dell’impatto degli eventi considerati, con un ritorno di 1 a 3 (ogni euro investito 3 di ritorno) per Umbria Jazz, che però è una manifestazione che si concentra in dieci giorni, e di 1 a 7, per la Mostra del Pinturicchio, che ha invece avuto una lunga e prolungata durata.

Da notare che la stessa ricerca ci ha permesso di appurare che per la mostra del Pinturicchio il 40 % dei visitatori erano di fuori regione e che sono venuti a Perugia non prevalentemente per visitare la mostra, ma per l’attrattiva che offre la città nel suo complesso, per il resto dell’offerta culturale della città, che vuol dire monumenti, musei, centro storico e quindi l’attrattività, l’immagine della città stessa, e questo ci dice quanto è importante salvaguardare l’immagine e la qualità della città, se si vuole poi che gli investimenti in attività culturali producano effetti economici rilevanti. E dobbiamo considerare che poi, se non si mantiene stretta la filiera del turismo, parte dell’impatto economico di un evento non viene trattenuta dal territorio che lo ospita. Nel caso delle tre manifestazioni che abbiamo analizzato, il 40% del totale dell’impatto non siamo riusciti a trattenerlo. Ne abbiamo trattenuto soltanto il 60 per cento, non è poco, ma dobbiamo lavorare per rafforzare questo insieme di attività per rendere l’effetto economico anche di questi eventi più forte e fare in modo che rimanga di più a vantaggio del territorio e degli operatori del territorio, dove queste manifestazioni vengono realizzate”. 
 


Josep EJARQUE, Professionista in Destination Management e Marketing.
Dov’è uno dei problemi importanti dell’Umbria? Qui abbiamo una materia prima straordinaria dal punto di vista culturale ma anche paesaggistico, ma si tratta di una materia prima grezza. Per anni il settore turistico ha sfruttato questa materia ma abbiamo dato poco valore aggiunto, ed è questo ciò che invece hanno saputo fare i principali competitor. Occorre fare della materia di cui si dispone un prodotto turistico vendibile. Se andate in Francia sembra che Napoleone sia andato ovunque, che abbia toccato ogni centimetro quadrato della nazione, vero o falso non importa. Ma da lì è stato realizzato un prodotto turistico. Noi tutto ciò non riusciamo a farlo. Noi facciamo molta fatica a fare “vendita” del prodotto turistico culturale.
Noi abbiamo un problema non indifferente come settore turistico che è quello della promocommercializzazione, nel senso che non tutte le azioni di comunicazione, di presentazione dell’Umbria come destinazione turistica, vanno a buon fine. Forse riusciamo a sedurre il turista ma poi complichiamo molto la fase operativa, perché è carente il collegamento tra l’operatore turistico e l’organizzazione turistica generale. 
 

Fabrizio BRACCO, Assessore alla Cultura e Turismo della Regione Umbria.
Da un questionario distribuito all’ultima BIT di Milano abbiamo ricavato un dato interessante: il 64 per cento dei visitatori dello stand Umbria ha dichiarato che si interessavano all’Umbria per il patrimonio storico artistico e le sue città e borghi, il rimanente si divideva fra turismo religioso, turismo delle manifestazioni culturali e turismo enogastronomico, e queste erano le altre tre motivazioni, ma, come vedete, di gran lunga lontane dal patrimonio culturale.
Quindi è vero, ciò che rende l’Umbria attrattiva è il suo patrimonio, le sue città, i suoi borghi, i suoi castelli, i suoi conventi. L’insieme, la visione unitaria, è l’aspetto fondamentale. Dobbiamo essere capaci di organizzare prodotti turistici e in questa direzione stanno andando le politiche della Regione. Questo da parte della Regione senz’altro, ma da parte delle amministrazioni locali occorre assumere una prospettiva conseguente, di sviluppo della Regione.

Quando diciamo che la cultura è trasversale vuol dire che se tu fai scelte di piano regolatore per l’organizzazione della tua città o cittadina, devi agire di conseguenza e tener conto della valorizzazione anche ai fini dell’attrazione turistica. Come dire – per eccesso - l’allevamento di maiali sotto un centro storico non si può fare perché se si fa vuol dire che si è rinunciato a essere destinazione turistica. E ancora, i campi grigi e non più verdi di pannelli fotovoltaici, che praticamente rompono il cono di una visuale fatta di colli, castelli, un paesaggio di colture tradizionali, dell’olio, della vite, dell’olivo, non si dovrebbe fare, cioè si dovrebbe fare in quegli spazi che non rompono quella che è l’unità del paesaggio, la sua integrazione con il costruito.
Questa è una scelta di fondo che devono fare tutti consapevolmente, così come la valorizzazione delle manifestazioni culturali, Umbria Jazz, Festival di Spoleto, e ora si aggiungono Festarch, Festival del Giornalismo, Umbria Water Festival, senza dire di EuroChocolate e tanti altri che riempiono le nostre città.

C’è una cultura che cresce in Umbria e deve essere valorizzata. Noi dobbiamo mettere a sistema tutte queste cose e creare delle azioni coerenti volte a sostenere questo tipo di turismo, che sta comunque rendendo. E’ bene ricordare che l’Umbria del turismo ha avuto un 2011 importante. Mentre l’Italia arrancava in Umbria è andato bene, sia come in aumento di presenze sia in aumento di arrivi. Ma soprattutto è andato bene il turismo straniero, perché a fronte di un aumento del 7, 6 per cento degli arrivi e del 7, 8 per cento delle presenze, complessivo, è oltre l’11 per cento la percentuale di aumento dei turisti stranieri, che si conferma nei primi mesi del 2012.
 

Qualche settimana fa, una indagine seria e approfondita individuava nel turismo uno dei fattori di sviluppo e quindi di ripresa per l’intero Paese. Bene, questa indagine indicava tre regioni che avrebbero avuto nel prossimo quinquennio maggiore sviluppo turistico: tra queste al terzo posto c’è l’Umbria, dopo la Sicilia e la Puglia, con una potenzialità di crescita del 15%. L’Umbria ha gli elementi per svilupparsi sul fronte del turismo e dunque nel complesso dell’industria culturale: noi stiamo lavorando in questa direzione.
 

Luigi CREMONA, Giornalista enogastronomico.
In Umbria si può migliorare, ma le cose non vanno poi così male, tutt’altro. In Umbria, la società è in grado di creare, di agire, di interagire, quindi io penso che innanzitutto bisogna guardare all’Umbria con grande rispetto. Credo che sia stata anche fortunata: il suo “pseudo isolamento”, paradossalmente, le è stato utile, e il fatto di non essere bagnata dal mare l’ha salvata dal mattone selvaggio degli anni sessanta e settanta che ha distrutto le coste d’Italia, che ha assorbito fino a epoca recente il grande flusso del turismo, ma di quello più infimo, più banale, più mediocre che esiste, che è quello di occupare luglio e agosto in termini più bassi possibili. Quindi, diciamo pure, in un certo senso è stata trascurata ma si è anche in larga parte salvata e questo io credo che sia importante, non essere attraversata da autostrade non è sempre un male.

Venendo al turismo culturale, chiaramente si potrebbe fare di più. Si diceva del turismo enogastronomico, su cui a mio avviso occorre puntare. Fino agli anni ottanta incideva per una percentuale irrisoria, ma oggi è diventato un fattore imprescindibile nelle motivazioni di viaggio. Del resto è un po scoprire l’acqua calda: c’è chi gira per l’arte, per l’architettura, per la natura, per lo sport e così via, comunque, tutti hanno in comune una cosa: dormono, mangiano e bevono, questo è comune a tutti. Il mondo della Terra di mezzo – e in questo mondo l’Umbria è la parte forse migliore - che è stato rivalutato negli anni da Slow Food e da tutti gli appassionati, è il mondo dove si nasconde la vera qualità, la vera qualità dell’enogastronomia: il mare non la caratterizza perché è comune, la pianura non la caratterizza perché fa quantità e non qualità. E’ la collina, e dunque l’Umbria, la terra di mezzo d’Italia. Qui c’è un patrimonio da valorizzare sicuramente e lì l’Umbria, secondo me, dovrebbe puntare e contare un po’ di più.


Francesco SCOPPOLA, Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici dell'Umbria.

.....Ci terrei a sottolineare che è vero che dobbiamo fare tanta strada, anche in direzione della meta della Capitale europea della Cultura, ma anche per tanti altri obiettivi, però dobbiamo anche dire che siamo molto avanti, cioè non siamo in una realtà qualsiasi: l’Umbria è paragonabile al novero dei primi cinque – dieci grandi musei del mondo, i quali viaggiano sopra i 6 – 7 milioni di presenze annue.
Purtroppo la Cultura ha pochi mezzi. La cultura è meno del pepe, è meno del sale, è meno del lievito, è meno del sistema nervoso nella massa corporea, cioè una frazione piccolissima dei bilanci, ma può dar vita a molte cose.

Il Ministero dei beni culturali è la fettina più sottile dei ministeri, dunque siamo la fettina più sottile della fettina sottile dello spicchio generale, e quindi i fondi per noi sono pochissimi, ma bisogna anche rendersi conto che siamo una briciola sul tavolo apparecchiato che però dà parecchio sapore. Faccio un esempio. In Umbria è morto, all’inizio dell’800, Carlo Labbruzzi, un noto disegnatore pittore artista che ha viaggiato per tutta Italia e ha acquarellato bellissimi disegni al punto che la Provincia di Perugia ne detiene alcune opere. In Inghilterra sono stati messi in vendita 99 vedute di Labbruzzi: Fino a pochi giorni fa, si poteva acquistare in blocco tutti e 99 i disegni per mezzo milione di euro, o poco più. Si dirà: è un investimento in un momento di crisi, chi ce l’ha? Ma sarebbe bastato poco per acquisire l’intera collezione e metterla a disposizione della cultura umbra.


Giorgio Mencaroni, presidente Camera di Commercio di Perugia

L’Industria culturale è in grado – e già lo sta facendo – di dare un forte impulso al settore turismo. Anzi ne è il fattore di crescita e sviluppo più forte e rilevante soprattutto in una regione come la nostra che ha nei valori culturali il fondamento del suo stesso essere. Siamo convinti che la cultura sia l’origine e, allo stesso tempo, la frontiera della competitività del nostro made in Italy. Perché la cultura è certamente fondata sulla tradizione, ma una tradizione che sa rinnovarsi e che alimenta lo spirito innovativo, per certi versi unico nel suo genere, dell’Italia che inventa. I dati presentati mostrano con evidenza che questa “cultura produttiva” – la cui parte più evidente è rappresentata da quelle centinaia di aziende che in umbria operano trasversalmente nei vari settori economici.
La Camera è stata chiamata in causa varie volte, quindi più volte noi credo che a quando ci è stato bussato laddove era possibile abbiamo risposto, Direi che una voce importante, che noi investiamo, è proprio nel campo della cultura, è un investimento purtroppo devo dire frazionato, perché non sempre riusciamo a dare importanti somme, ma comunque per noi diventano importanti. Se c’è una mostra, come c’è quella del Signorelli nei limiti delle nostre possibilità e capacità abbiamo contribuito come contribuiamo a tutta un’altra serie di azioni che riguarda non solo le mostre ma anche in altri ambiti come Festarch . Dobbiamo anche ricordarci che noi è un investimento che forse trascuriamo, ma riguarda tutti i settori, noi porteremo qui in Umbria a ottobre, dal 13 al 17 ottobre la convention mondiale delle camere di commercio all’estero. Anche questo credo sia un fatto importante. Questo è un traitd’union, importantissimo, che lega sia il mondo della cultura sia il mondo dell’impresa. Noi siamo presenti in 74 paesi nel mondo: allora quale opportunità migliore di questa per incontrare i rappresentanti di quei territori, presidenti, direttori, ma anche imprenditori, perché le camere di commercio italiane all’estero sono formate da imprenditori di quei territori.


Ritorna il concetto che la Camera è disponibile. E noi, il nostro sistema camerale, crediamo fortemente nella candidatura di Perugia e Assisi a capitale europea della cultura 2019 e cercheremo di fare la nostra parte.
Per esempio con l’Università per stranieri noi lavoriamo abbastanza bene, e abbiamo agito su alcuni campi, con alcune nazioni europee e extra europee, e accanto alla cultura abbiamo fatto conoscere i nostri prodotti.
Volevo anche ricordare, un iniziativa recentissima: grazie a una convenzione stipulata tra i Giovani Albergatori e l’Accademia di belle Arti di Perugia, tra breve le hall dei nostri alberghi ospiteranno le opere che adesso son o sistemate nei magazzini dell’accademia. Anche questo è un segno dell’importanza che attribuiamo alla cultura come mezzo di promozione della nostra splendida regione.
Del resto è lo stesso peso dell’Industria culturale che deve farci riflettere: la cultura non è affatto un settore stanco e rivolto al passato. Basti guardare la tendenza del triennio nero 2007-2010: la crescita del valore aggiunto delle imprese del settore della cultura in Italia è stata del 3%, 10 volte tanto l’economia italiana nel suo complesso (+0,3%). Dato che si riflette sul numero di occupati: saliti di quasi un punto percentuale (+0,9%, +13 mila posti su scala nazionale) a fronte della pesante flessione del 2,1% subita a livello complessivo.
 

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